
(Non scrivo da molto tempo. Ricomporre quei ricordi non è facile. Ci vuole tempo e infinita dolcezza)
"E' un video della durata di 13 minuti (qui solo un preve spezzone) che, nella sceneggiatura, usa alcune cartelle cliniche dell'archivio storico dell'Ospedale Psichiatrico di Roma, S. Maria della Pietà. E' stato presentato alla mostra documentaria "LA LINEA D'OMBRA" inaugurata presso l'Ospedale Psichiatrico di S. Maria della Pietà nel settembre del 1995. Nel 1996 ha inaugurato il 1° Sacher Festival di Roma."
Realizzato da Paolo Boccara e Giuseppe Riefolo nel 1995
Chiara era lì dentro da 1 anno.
Chiara non parlava quasi mai e quando lo faceva citava Dante o si poneva qualche domanda ad alta voce o sentenziava qualche frase che aveva covato dentro magari per ore e che le sembrava appropriata a chiosa di qualcuno degli episodi più o meno bizzarri che vivevamo in quel luogo.
Chiara aveva 7 anni ma a guardarla si sarebbe detto che ne avesse avuti almeno 50. Il suo viso era la cosa che mi colpiva di più: aveva cancellato qualsiasi rosea parvenza di fanciullezza. La pelle tesa sopra ad una carne gonfia, non aveva colore, era grigia e spenta come quella di chi fosse rimasto lontano dai raggi del sole per troppo tempo. I capelli corti e scurissimi le conferivano tratti maschili freddi e inespressivi. I grandi occhi marroni rimanevano a galla su tutto quel colorito spento senza apportarvi nessun cambiamento di tono. Chiara era un ombra pesante che si adagiava sul suo letto come una chiazza scura. Era tozza, corta nel corpo e nei movimenti. Non un gesto a scomporne i tratti granitici. Se si muoveva pareva non riuscire nemmeno a spostare l’aria intorno a se. Il suo corpo sembrava non avere estensioni, braccia, gambe, testa facevano parte di una sola visione d’insieme che non si dava e non si voleva dare forma. Un buco nero che inghiottiva se stesso.
Il suo mondo così gelido aveva solo un’espressione ed estensione al di fuori di sé: la carta, i libri. Stesa al centro del suo letto delimitava lo spazio che la circondava con grossi libri che sistemava scrupolosamente lungo le gambe, lungo il bacino, su fino alle ascelle. Al centro di quella diga, lei, immobile. Sistemava il cuscino dietro la schiena e apriva la Divina Commedia. Un libro grosso, pesante, dalla copertina nera di finta pelle con il titolo a grossi caratteri dorati. Le sue piccole mani faticavano a reggerne il peso aggrappandovisi in modo singolare: tutte le copertine dei suoi libri portavano sul bordo i segni inconfondibili e profondi delle sue unghie. Li afferrava così, vi conficcava le unghie. Poi ad intervalli più o meno cadenzati, si sollevava, ricomponeva la diga di libri accertandosi che fossero nella posizione precisa in cui gli aveva messi e riprendeva a leggere. Una nenia che andava avanti tutto il giorno e tutta la notte.
Chiara era questo, era carta stampata. Sin dall’età di 4 anni aveva imparato a leggere e non aveva più smesso. Era quasi impossibile distoglierla da questa sua unica attività. I libri, le loro storie erano il suo mondo. Tutto ciò che si frapponeva tra i suoi occhi e la carta stampata era per lei inutile, senza senso. Non ascoltava nemmeno il suo corpo era diventata estranea anche a quello. Chiara doveva essere portata in bagno per i suoi bisogni fisiologici dicendole che era il momento di fare pipì, Chiara doveva essere portata in sala mensa e imboccata evitando accuratamente di passare con le posate tra gli occhi e il libro che non smetteva mai di leggere altrimenti avrebbe portato il libro in bocca impedendo all’infermiera di alimentarla. La posata con il cibo doveva quindi circumnavigare quello spazio tra occhi e carta spuntando da sotto per entrare in bocca. Solo così poteva sopportare di fare qualcosa di diverso dal leggere.
http://www.contrasto.it/reportage/dettaglioprod.asp?idprod=218
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/304/1/45/?PrintableVersion=enabled

(STIMLJE - Il manicomio dei dimenticati_ Reportage di Daniele Dainelli - (c) Contrasto.it)
Una volontà alienata va internata.
Così fu per moltissimi anni nel sistema ospedaliero italiano.
Come posso spiegare cos’era un manicomio verso la fine degli anni 70? Se lo dovessi definire con le parole di mia madre allora lo chiamerei il ghetto.
Se il manicomio è ghetto allora si capisce come una volta lì dentro non ci sia la volontà di “recuperare” il malato, ma solo quella di bandirlo dall’umanità, di discriminarlo coercizandolo, di annullarne la presenza dal mondo. Oggettivarlo spersonalizzandolo. Il ghetto non riabilita: esclude, impone una violenza istituzionalizzata e miope, annienta.
Il ghetto difende il mondo sano da quello malato.
E quel mondo malato per prima cosa sa di merda.
Insana, totalitaria, onnipresente sensazione di vivere in un cacatorio.
Quell’odore di disinfettante che avevo avvertito appena entrata era solo un ricordo lontano, il bagliore trasognato di uno specchietto per le allodole.
Non che si cagasse nei buglioli ma l’aria, le pareti, i letti, dopo qualche secondo di permanenza lì dentro, emanavano quell’odore inconfondibilmente dolciastro che è proprio della merda.
Odore pastoso che ti prende subito alla bocca dello stomaco e che non ti lascia scampo: basta quello ad obnubilarti il pensiero, a far in modo che non ci si possa nemmeno più pensare degni di essere chiamati uomini.
Questo fu il biglietto da visita. Questo il benvenuto.
Il primo scalino verso l’appiattimento graduale ma inesorabile della spersonalizzazione.
Lo capisci subito: mettono in moto un principio minimalista di mera conservazione della vita. E per arrivare a questo bisogna togliere ciò che resta della personalità dell’individuo: ridurla all’essenzialità, oggettivarla, renderla anonima, atona, il più possibile monocromatica nelle sue espressioni. Tutte le forme di espressione.
La prima cosa da togliere è la volontà e la prima volontà da togliere è quella dell’individuo di “essere”. Insomma cercano di creare il vuoto.
Ero davvero finita dentro ad una bolla d’aria di merda sospesa tra i monti e dimenticata dal mondo.
Non venivi ricoverato in quei luoghi perché ti aiutassero ad essere migliore di come eri. No, eri lì in primo luogo perché il mondo voleva dimenticarsi di te, voleva toglierti dalla sua vista. Io e quei bimbi eravamo lì perché gli altri bambini non dovessero sopportare la nostra presenza quotidiana, eravamo lì perché qualche genitore benpensante non dovesse dire a se stesso e agli altri – sì, questo è mio figlio -.
E se uno ci arrivava con qualche speranza, il più delle volte ne usciva come un sacco ripiegato su sé stesso e sulla propria sofferenza vuota.
Il fatto allora che l’aria fosse fetida era qualcosa di normale al quale nessuno lì dentro sembrava porre attenzione. Pazienti, infermieri e suore respiravano pacifici e ottusi la loro condanna. Faceva parte del quadro d’insieme, del grigio-verde della vernice arrugginita delle porte, della totale mancanza di colore alle pareti, del ferro verniciato degli arredi, di quei vetri che formavano le pareti. Era parte integrante della “procedura” da seguire per togliere, scarnificare, rendere essenziale. Attraverso quei vetri ci osservavano, a turno, nel paio di ore durante le quali il regolamento prevedeva la reclusione forzata per il riposino pomeridiano dei pazienti.
Il riposino pomeridiano? Forse questa cosa delle due ore di sonno prima della visita dei parenti era per loro, lo staff medico, intendo, un allucinazione alla quale avevano voluto assefuarsi per poter dimenticare noi, i nostri inferni personali, quel posto, quei suoni. Chiudevano a doppia mandata le nostre camerate con noi dentro, tamponavano la falla della verità oggettiva dei nostri dolori. Infondo solo un paio d’ore. Giusto il tempo di sgattaiolare fuori dal reparto, recarsi nel giardinetto dell’ospedale e fumarsi una sigaretta stringendosi il bavero del camice nel pugno. Dalla finestra della camerata guardando in giù verso il piccolo giardino, li potevi osservare nella loro “pausa”. Uomini e donne infreddoliti, dondolanti sui piedi, obliteravano la loro libertà dimenticandosi di noi, parlando dei figli, dell’appuntamento, della serata, di lui, di lei, di ieri, di oggi, risate, capelli, chili di troppo, freddo, caldo, pesci senza suono.
Noi dentro, lì in alto. Noi con il nostro sonno imposto. Il mio primo riposino. E Chiara mi guarda negli occhi mentre l’ombra di Massimo sparisce dietro al vetro. Mi guarda e non dice altro. Si gira su se stessa. Si infila a letto e comincia a leggere la Divina Commedia.
Come sempre per i bimbi la tristezza è uno stato transitorio. Oserei dire aleatorio. Troppo vivi per farsi rinchiudere in uno solo stato d’animo.
La stanza si riempì in un attimo di piccole presenze femminili. Era finita quella che imparai a chiamare l’ora d’aria, un’espressione che mutuavo dalle lettere di Biro.
Tre piccole presenze mi guardavano dalla porta. Io guardai loro. Loro guardarono me. Rimanemmo per qualche istante così. Il loro vociare scemò in un imbarazzato silenzio. E io non sapevo veramente che dire.
Poi capii come eravamo disposte: nel terzo letto, quello successivo al mio partendo dalla porta, andò a sedersi Chiara, sul quarto Maria e in uno di quelli messi di traverso lungo la parete-vetrata, Stefania. Io ero Etra e me ne stavo sul secondo letto. Il primo rimaneva vuoto.
Un violentissimo colpo al vetro che separava le due camerate mi fece sobbalzare.
Mi girai di scatto, impaurita. Al di là del vetro un ragazzino se ne stava attaccato alla vetrata con i palmi delle mani dilatati a circondargli il volto e un occhio appiccicato al vetro. Sembrava un geco.
Quell’occhio mobile, stroboscopio, mi scrutava. Era puntato su di me come farebbe un cecchino con la sua vittima.
Altro rumore improvviso. Altro sobbalzo. Mi giro verso la porta. E’ chiusa. L’ hanno chiusa da fuori e solo ora che è chiusa mi rendo conto che è una porta in ferro con delle inferiate nella parte alta. E’ come il portone d’entrata solo che in miniatura.
Altro colpo alla vetrata. Non ho nemmeno il tempo di realizzare che ci hanno appena chiuse dentro che già la mia attenzione ritorna all’occhio di quel bambino al di là del vetro. Mi ha appena richiamata all’attenzione battendo con le mani contro il vetro. Capisco che mi sta studiando. Sono nuova. Ho paura anche a muovermi perché potrebbe tirare fuori la lingua e mangiarmi come una mosca. Allora tento timidamente di sollevarmi dal letto ma appena intuisce le mie intenzioni comincia a battere sulla vetrata con tutta la sua forza senza mai staccare l’occhio dal vetro. Capisco che devo rimanere ferma. Non ha ancora finito con me. Dopo qualche minuto di totale immobilità si porta le mani ai fianchi, rimane ancora per qualche istante a guardarmi e poi sparisce.
E’ Massimo, il capo – disse Chiara.
Massimo, il capo – ripetei io.
E dall’infinita meraviglia di cui sono composte le madri ecco nascere la speranza, un appiglio, un punto al quale rivolgersi, una stella da seguire.
E’ tutto riposto nel comodino e nell’armadietto: anche l’asciugamano rosa e quello verde con il mio nome ricamato. Sapessi mamma che quei due asciugamani ci sono ancora, sembrano conoscere l’elisir di lunga vita, loro. Solo che ora li uso per ripulire il mio compagno dagli orgasmi che gli procuro. Storia di un asciugamano: dall’asilo nido al pene di un uomo.
Mi portasti alla finestra di quella camerata, stranamente vuota nel momento in cui arrivammo noi, e guardando fuori mi indicasti un palazzone che si intravedeva giù nella valle e mi dicesti di pensare che tu eri lì quando non eri con me. Quello era il tuo hotel. Mi dicesti di contare dall’alto verso il basso uno-due-tre, ecco, quello è il mio piano e quella la finestra della mia camera. Io sarò sempre lì in questi 15 giorni. Non mi allontanerò mai da quella finestra.
Ora so che indicasti un palazzo a caso tra i più visibili da là su, solo per darmi la visione di un luogo possibile dove ritrovare la tua luce, la luce del tuo amore.
E quando ti accompagnai al portone e la suora infilò la lunga chiave nella toppa e tu lasciasti la mia mano e la porta si richiuse dietro il tuo profumo, la prima cosa che feci fu correre alla finestra e contare uno-due-tre.
Tu, per me, eri già dietro a quel vetro.
Mia madre si guarda intorno, sembra più spaurita di me. E’ giovane mia madre, giovanissima ha appena 24 anni. Una ragazzina. Di lei posso solo dirvi che è una donna splendida. Bella di una bellezza proprio anni settanta. Magra, capelli lunghissimi, castani, occhi verdi. La guardo dal mio metro e qualche centimetro e mi sembra una dea, un po’ spuntata nei suo poteri soprannaturali ma pur sempre una dea.
Non è una mamma tradizionale ma non è nemmeno una mamma di quelle che oggi descriveremmo come moderne. E’ una mamma giovane ed inesperta ma è una donna con una grinta ed una determinazione che non hanno paragoni. E questo la rende diversa ai miei occhi.
Dopo una giornata di massacrante lavoro, la sera, mi veniva a prendere dai nonni con quegli occhi che avrebbero forse voluto andare a vedere qualcosa di diverso per infilare i suoi 24 anni e sfoggiarli fino al mattino, ballando.
Invece tornavamo a casa e mentre mio padre mi stendeva sul tavolo della cucina e mi faceva i “grattini” pancia, braccia, collo e giù a ridere, lei cucinava, stanca. Stanca e pensierosa per quella figlia che qualche volta la chiamava urlando e se la ritrovava tra le braccia più in là che in qua. E ancora oggi, mi fa male quello sguardo.
Mamma, esistono espressioni del linguaggio che si possono usare come pass par tout per spiegarti l’amore che provo per te? se esistono, lo chiedo ancora una volta a te, alla tua straordinaria capacità di declinare l’amore in mille gesti, verso di me, verso gli altri. Insegnami come usare le parole che non conosco, quelle nascoste dietro alle mie logiche perverse fatte di lunghi ed ostili silenzi, aiutami a modularle, spingimi sul diaframma del cuore, perché so che sono lì.
Qualche volta mi perdo nel garrulo ma sordo avamposto dei miei sentimenti. Prendimi ancora una volta la mano allora e portami via da ciò che non dico. Dammi luce. Tu puoi. L’unica che veramente può. Traducimi con il tuo tratto incerto la teoria e la pratica dell’amore filiale. Fa che io non mi possa barricare tra le pagine di un dizionario del sentimento, tanto per prendere tempo, per non espormi, alla ricerca di sinonimi sterili. Perché l’amore è fecondo per definizione. E’ il Verbo che mi ha creato. Sei tu. E se sbaglio, correggimi, sottolinea calcando il segno rosso. Non temere, sarò forte. Me l’hai insegnato tu. Non temere di ferirmi nel dirmi
- Etra, dov’è il tuo amore per me? -.
E’ tutto qui, mamma. Qui, tra le due braccia e le due gambe e i due occhi che mi hai dato tu. Qui, mamma. Nel sanscrito con cui sono scritti i miei sentimenti e che la mia intelligenza emotiva ancora non sa tradurre. Qui, mamma. Qui, nell’interstizio sbrecciato dalla ruggine di quel portone dietro al quale sei sparita e la consapevolezza, tradita solo per un attimo, che saresti tornata. Qui, mamma. Tra le sinapsi sconclusionate che ogni 15 giorni lottano nei meandri sconosciuti di un corpo che prende il potere. Qui, tra i tasti pigiati da una donna oramai cresciuta e lontana da quegli eventi. Qui, mamma. E’ che semplicemente non so dirtelo. E allora ricorro alle parole di altri.
“Se esiste una fragilità che non faccia male, non evochi vergogna, non si presti al sorriso degli altri, non spezzi lo stomaco, il cuore…se esiste una fragilità delle cose buone…disegnala su un piccolo foglio a quadretti, di quelli che usavi quando andavi a fare la spesa…latte…biscotti…caffè…perché io sono stata fragile…troppo…e troppo poco…per quel che non capivo e per quel che capivo dopo…per quel che non vedevo e per quello che ho visto troppo a lungo…disegnala su un piccolo foglio, quella fragilità…dalle i contorni delle canzoni che mi cantavi…dalle l'affetto delle tue mani che mi pettinavano i capelli…dalle la luce dei tuoi occhi che guardavano un ago muoversi su un ricamo rosa…”.
Qui, mamma. Qui.
E così mi torna in mente quella volta che mi misero a sedere su una sedia, tipo quella dei dentisti, con una fascia a bloccarmi il mento, per impedire alla testa di muoversi, polsi e caviglie legate. Sperimento per la prima volta il Bdsm. Mi puntellarono la testolina di elettrodi e poi lanciarono la nuova scoperta americana. Nulla di nuovo in realtà: dobbiamo ai Signor Ugo Cerletti e Lucio Bini la scoperta dell’elettroshock applicato alla “cura” dell’epilessia che nella sua prima fase sperimentale, nel 1938, usava come cavie dei cani.
“La tecnica, che prevedeva il passaggio della corrente dalla bocca all'ano, tuttavia determinava spesso la morte degli animali in quanto l'elettricità attraversava il cuore ed era perciò inutilizzabile sugli uomini. Cerletti apprendeva quindi che al mattatoio di Roma gli animali venivano storditi con il passaggio di corrente elettrica attraverso il capo e che questo metodo permetteva l'induzione di convulsioni con l'applicazione di correnti elettriche estremamente più basse dell'intensità letale e per questo più sicure ed applicabili all'uomo. Con questa nuova tecnica, Cerletti e Bini nel marzo 1938 conducevano il primo esperimento di elettroshock su un uomo, un vagabondo in stato confusionale (uno schizofrenico già ricoverato all'ospedale psichiatrico di Milano e curato con terapia convulsiva cardiazolica) inviato dal commissariato di Roma alla clinica psichiatrica universitaria. Dopo una serie di elettroshock, il paziente presentava una remissione completa: erano sparite le allucinazioni e le idee deliranti e veniva riassunto al lavoro.”
Riabilitato alla vita. Per Cerletti e Bini arriva il successo internazionale.
Mentre per Dino Campana arriverà il momento di proporsi in chiave comica “Sono Dino Edison…l’uomo elettrico”.
Ma si sa, dire “scoperta americana” ha sempre fatto tanto glamour nel mondo dell’Ancient Regime ospedaliero europeo, tanto più se di provincia.
Creato l’acronimo, la cosa è perfetta: eccovi l’ECT Electro Convulsant Therapy.
Vi deluderò, ma non ricordo il dolore. Cancellato. Ricordo solo l’attimo in cui mi slegarono e istintivamente saltai dal lettino e mi ficcai sotto ad un termosifone come un cane al quale si è data una vergata sulla schiena. Altro non so. Non ricordo.
Il fatto però che le crisi si presentassero così lontane l’una dall’altra mi permise di non imbottirmi di medicinali, una litania che va dal Gardenal, al Tegretol passando per infinite sfumature di psicofarmaci, barbiturici e ben-zazepine varie.
E ora che siamo dentro e la naftalina dell’ampia gonna della suora mi svolazza ad altezza di naso non capisco perché devo rimanere qui, sola, senza mia madre. Mia madre piange e io sono agitata. La suora ci fa vedere quale sarà la mia sistemazione. La mia camerata è proprio di fronte al portone d’entrata. Un lungo parallelepipedo a 6 letti: 4 lungo la parete più lunga e due messi di traverso ai piedi degli altri quattro. Due pareti sono enormi vetrate: una dal lato lungo che si affaccia su un’altra camerata e l’altra vetrata dà sul corridoio.
Vetro spesso, antisfondamento.
Il mio lettino è il secondo, lungo la parete, entrando dalla porta.
Uno – due – il mio letto. Eccolo.
Io e mia madre sistemiamo le mie cose sul comodino. La prima cosa che ripongo è il mio mangiadischi quarantacinque giri in plastica gialla di quelli con il maniglione che si potevano portare in giro come una borsetta. Bello, lì, tutto giallo e i miei due dischi preferiti:
Una donna per amico di Battisti e la sigla di Candy Candy o giù di lì. La copertina con Battisti avvolto nella sua sciarpa e la sua bionda che sorseggia il thè è tutta rattoppata da pezzettini di scotch. Lo ascoltavo fino allo sfinimento.
Sorrido se penso che quella canzone, Una donna per amico, intendo, mi avrebbe accompagnato per tutta la vita: ricordo Claudio, il mio compagno di banco del liceo, quando me la dedicava nella discoteca che avremmo frequentato per anni dopo il giro delle osterie e le canne che lui fumava e io no. Andava dal deejay e gliela faceva mettere su – e ora dedicata a Etra da Claudio ….Una donna per amico…- E tutti ad urlare, a battere le mani in quella micro pista di periferia che faceva però tanto alternativo e lui che rimaneva in piedi sulla console fulminato come pochi, cantandola a squarciagola mentre mi indicava tra la gente nella pista da ballo -….ma che disastro, io mi maledico…ho scelto te – una donna – per amico.
Perché io e lui c’avevamo anche provato ad andare a letto insieme ma proprio non ce la facevamo, sul più bello si scoppiava a ridere e si rimaneva con le braccia sotto la testa a guardare il soffitto, nudi, a parlare di politica, di musica, dell’interrogazione del giorno dopo e di come la mora con gli occhi blu…ma sì, quella di terza B, quella con due tette così, proprio non lo cagasse. Io di destra lui di sinistra, io a sostenere che il fascismo fu la più alta forma di socialismo applicato che fosse mai esistita e lui a rincorrermi per casa con falce e martello cercando di esorcizzare quella che secondo lui era un’eresia. Claudio che ora è avvocato, vive a Firenze per stare vicino alla sua Ostetrica
simil-sessantottina che proprio non mi va giù. Ma i rispettivi fidanzati non ci sono mai piaciuti: dinamiche di un amicizia che poteva essere amore ma che non lo fu mai.
Insomma, decidono che è il momento di mettermi sotto osservazione.
Mi staccano un bel biglietto per l’ospedale psichiatrico infantile di Neurolandia.
Un bel biglietto all-inclusive per una località amena tra i monti, aria pura, vista impagabile sulla valle.
Ma c’è da mandare avanti la piccola attività di famiglia e allora mio padre ci carica in macchina, una nuovissima Renault 4 color carta da zucchero e via, si parte, giusto il tempo di trovare un hotel per mia madre, di accompagnarmi in ospedale e ripartire. Mezza giornata, di più non poteva.
Bene, bene. Sfreghiamoci le mani e buttiamo uno sguardo a questo colosso di cemento. E’ proprio vero che negli anni 70 nuovo e bello coincideva con brutto e freddo. Almeno così lo ricordo io. Ricordo le scalinate, l’entrata, il corridoio sulla sinistra e il portone di ferro.
Avevo già visto quel portone di ferro quando andavo a far visita a Biro in carcere. Ugualeuguale, verniciata di quel verde-grigio non colore, tutta scrostata e arrugginita intorno alla toppa.
Mia madre suona. Io già sto macchinando la fuga. Come quando scappai dall’asilo. Fuga quasi perfettamente riuscita. Tempi, tecnica, una maestra dell’evasione. Quella volta aspettai che Suor Severa andasse ad aprire il cancello per ritirare l’ultimo bambino/pacco della mattinata. Mi appostai dietro di lei tra le pieghe svolazzanti della sua tunica nera e appena il cancello fu aperto, zompai fuori da tutto quello svolazzar di gonne e viaaa….una corsa forsennata verso casa dei nonni. Dove può andare una bimbetta in fuga? A casa, ovviamente. Ma arrivo ad un incrocio e la voce di mia madre mi tuona nel cervello “Non attraversare mai la strada da sola. Mai” come fare allora? Vedo una signora in bicicletta che dall’aspetto mi sembra proprio carina, simpatica e dolce, la chiamo
– Signora….Signora, mi scusi…mi aiuterebbe ad attraversare la strada? – non avevo però tenuto conte della mia divisa da carcerata, grembiulino rosa con il mio nome ricamato punto croce sul colletto inamidato. Errore madornale. La Signora si ferma, scende dalla bici, si cala gli occhiali sul naso e mi scruta per un attimo in silenzio. Mi guardo anche io. Forse i lacrimoni, no, forse il fatto che nella fuga mi sono pulita le mani sporche di nutella sul grembiule….che c’ha da guardare? Bhà.
- Ma tu….tu…non sei la figlia di…e la nipote di….- Maledetti paesini di provincia, uno non può nemmeno tentare di prendere il volo che subito ti tarpano le ali. Ed eccomi in un batter d’occhio di nuovo davanti al cancello dell’asilo. Fuga fallita. Ma di poco. Bastava poco. Ricordo ancora le 5 dita di fuoco che Suor Severa mi stampò in faccia. Vabbè.
Sono lì e penso a Biro e al fatto che la mia prossima letterina conterrà i dettagli della mia nuova e questa volta riuscitissima rocambolesca fuga, chissà che non gli serva d’ispirazione. Magari al punto 6 gli spiego di evitare di chiedere passaggi agli sconosciuti che non si sa mai gli capiti una guardia in borghese.
Guardo il portone di ferro con i bulloni smussati in testa, il sorriso triste di mia madre. La porta si apre.
Ho la conferma che questa volta la fuga andrà a buon fine infatti ad aprirmi è una suora. Con loro non posso più fallire è una questione di puntiglio e di esperienza. Conosco come prenderle, come circuirle. Nella mia testa il cartone animato già prende vita. Ho visto centinaia di ore di Candy Candy, Capitan Harlock e Arsenio Lupin dalle quali attingere movenze feline, attacchi al nemico e corse a rompicollo. Basta solo prendere confidenza con i loro tempi, gli orari, gli spazi e le inevitabili fallaci abitudini del nemico. Bazzecole per Super Etra.- Sarò fuori da qui in un lampo. E sono già dentro.
Stanzoni implotonati che si affacciano su un lungo corridoio. Odore di disinfettante e una zaffata di naftalina mi invadono la testa. Mia madre mi stringe troppo la mano e nemmeno se ne rende conto. Mi agita questa cosa perché avverto subito che sa di addio e quel posto mi sembra un po’ meno “semplice” di quanto sembrasse visto da fuori. Mi attacco alla gamba di mia madre e l’ascolto parlare con la suora. Non potrà fermarsi per la notte. Nemmeno per la prima notte. Non è permesso. Il regolamento, sa. Qui, d’altronde, non si scherza, ci sono casi difficili, bambini cattivi. E le visite solo al mattino 1 ora e il pomeriggio tardi verso le 17. Basta, non insista, e poi sua figlia sta benone, vedrà che questi 15 giorni passeranno velocissimi.
15 giorni senza mia madre se non per 2 ore al giorno. 15 giorni. E la fuga? No, non ora. So contare fino a 15 e anche oltre, molto, molto oltre ma 15 giorni sono tanti senza mia madre e mi paralizzano il cervello. Sgretolano le mie certezze.
Perché 15 giorni e non 7? Perché quella strana “cosa” mi veniva ogni 15 giorni precisi, né uno di più né uno di meno. Ogni 15 giorni il sasso veniva buttato nel lago. Era questo che i dottori proprio non si sapevano spiegare. Signora, solitamente le crisi vengono ravvicinate, anzi anche una ogni ora, si figuri che ci sono stati rarissimi casi, ma ci sono stati, di 200 micro crisi in un giorno. (Prendo la calcolatrice e il risultato è incredibile: stiamo parlando di una crisi ogni 7,2 secondi….Ah! Giusto! ma tanto esiste Dio, no?).
Insomma, sa che facciamo? La ricoveriamo in un bel ospedale psichiatrico per 15 giorni e al 15° giorno…zac…. La monitoriamo per tutta la giornata e durante la crisi la studiamo per benino. Ma prima venga, venga….che le mostro alcuni nuovi studi…lo sa che in America…con l’elettricità hanno risolto un sacco di casi simili?? Basta anche solo una seduta.
Sì, cazzo, per friggerti il cervello.
CHE NE SAI TU DEGLI ANGELI?
PIU’ DI TE, STRONZO!
Sono stata in manicomio.
“Dopo aver avvertito qualche segno premonitore (aura), il soggetto emette un urlo, cade al suolo rovesciando gli occhi, perde conoscenza ed emette bava dalla bocca. Il suo corpo dapprima si irrigidisce (fase della contrazione tonica) poi è scosso da violente convulsioni degli arti e del tronco (fase clonica). Può perdere il controllo degli sfinteri, con emissione di urine e di feci.
Cessate le convulsioni, il soggetto cade di solito in un sonno profondo che dura 20-30 minuti, dal quale si risveglia senza ricordare nulla dell'accaduto; oppure si sente spossato, disorientato, accusando talvolta cefalea.”
Avevo i segni premonitori, la chiamano aura, io invece la definirei in modo meno romantico come la-cosa-che-arrivava-da-lontano-vibrante-ululato-di-cerchi-come-sasso-gettato-in-un-lago, poi perdevo conoscenza, mi irrigidivo ma non venivo scossa da violente convulsioni, quindi nessuna fase clonica, occhi bianchi e via si partiva….perdevo conoscenza pur non perdendola.
Inizialmente non facile, no…per nulla.
Cerco di farvi capire. Avete quattro, cinque, sei anni. State giocando tutti sudati e scalmanati o state mangiando un panino con la nutella alle 3 del pomeriggio o più semplicemente nel corridoio di casa vostra e improvvisamente avvertite quel suono.
Una mano oscura ha appena gettato il sasso nel lago della vostra realtà. I muri e il pavimento si fanno di gelatina. L’aria comincia ad arrivarvi a bocconi. I cerchi implodono verso di voi. Una sola cosa pulsa con lo stesso ritmo del vostro cuore, questa frase: non-battere-la-testa-non-battere-la-testa-non-battere-la-testa. Perché la prima cosa che imparerete sarà quella di proteggere la vostra testa. Vi restano pochissimi secondi prima di cadere. Con il tempo riuscirete anche a fare una corsa modello aeroplanino scansando compagni, amichetti e quant’altro vi si pari dinnanzi pur di trovare un luogo sicuro dove stendervi. Se sarete stati così bravi da anticipare di qualche istante lo “svenimento”, allora potrete concedervi la vostra bella crisi senza l’assillo di fracassarvi la testa durante la caduta. Per la perdita del controllo sfinteriale (chiamiamola fase cacatoria) c’è poco da fare. Durante la corsa è possibile che la merda vi coli giù lungo le gambe. Poco male.
Siete a terra e il corpo si fa rigido, i cerchi a quel punto sono implosi tutti sul vostro corpo che cede definitivamente: siete partiti per un viaggio del quale avete riconosciuta la stazione di partenza ma non quella d’arrivo. Braccia rigide e gambe di piombo. Da qui in poi non comandate più voi.
La sensazione per come la ricordo io è potente: perdevo i sensi ma non li perdevo, rimanevo cosciente pur non essendolo, sentivo ciò che accadeva al mio corpo senza poterlo però governare. E’ lì forse che ho iniziato ad amare il mio cervello. Eravamo in tre: Io, il mio Cervello e il mio Corpo.
Ce la vedevamo noi tre: era Cosa Nostra affrontare quello che stava accadendo.
Il cervello faceva da testimone all’accaduto: mi riferiva ciò che il mio corpo aveva deciso di fare, le sue reazioni, il copione che avrebbe scelto di mettere in scena. Io invece rimanevo completamente impotente, spettatrice di me stessa, seduta in prima fila. A questo punto il film poteva essere più o meno “gradevole” a seconda della scenografia.
Ora, esistono due possibili situazioni nelle quali ci si può trovare durante una crisi. Se vi va bene sarete nella vostra casa e vostra madre sarà pronta a girarvi la testa di lato, vi infilerà due dita in bocca a cercare la lingua, ve la tirerà fuori e il vomito riuscirà così a colarvi sulla guancia e sulle sue amorevoli dita. Incrociando i suoi occhi potrete anche cercare di farle un sorriso ma vi assicuro che ve lo sarete solo immaginato perché a quel punto non sarete già più in voi. E questa, credetemi, è la classica situazione nella quale vi rilasserete.
Ma quando siete soli, lontani da casa, e sentite arrivare quel suono nel bel mezzo di un gioco di gruppo organizzato dalla maestra e questa ha appena chiamato il vostro numero e tocca proprio a voi schizzare fuori dalla fila della vostra squadra per sfilarle il fazzoletto dalle mani correndo poi vittoriosi verso il vostri compagni, bhè, allora la cosa non è simpatica. No. Nemmeno un po’.
Urlerete, il gioco si interromperà. Aprirete le braccia, oramai sapete che dovete fare così e inizierete a correre verso un luogo dove tutto possa accadere. Venite, vi ci porto io.
Sarà una corsa caleidoscopica su per la breve scalinata che porta all’atrio. Girate a sinistra lungo il corridoio, no, non vi conviene cercare di fissare nessuna delle immagini ce vi ruotano davanti agli occhi altrimenti perderete l’equilibrio e batterete la testa. Non riuscite a respirare? Pensate solo a correre. Appoggiate una mano al muro. Quando sentirete un’apertura quella sarà la porta della vostra aula. Va bene, infilatevi lì dentro, ancora uno sforzo e sarete al vostro banco. Qui dentro non c’è nessuno, i bimbi sono tutti fuori per la ricreazione. Non vi vedranno e forse per una volta potreste evitare di essere chiamati matti. Sentite il vomito salire e premere contro le pareti dell’esofago? E’ inutile che vi mettiate a piangere. Non vi servirà, sarà solo energia sprecata. Non ce la fate ad arrivare al vostro banco in fondo alla stanza? Ok, allora scansate la prima sedia che avete di fronte e sedetevi. Sapete di essere soli. Nessuna mano vi girerà la testa o vi tirerà fuori la lingua. Quindi sono cazzi vostri, cominciate pure a pregare il Cielo che ve la mandi buona e che il vomito non vi ostruisca le vie respiratorie. Cominciate a non pensare più? Allora ci siamo. L’unica cosa da fare prima che il corpo ceda non potendolo più comandare e piombare sul vostro banco con la testa rivolta da un lato. E che vada come vada. Buon viaggio.
Calerà su di voi una stanchezza ancestrale. Vi addormenterete. Totale abbandono, molto freddo. Dormirete per una mezz’oretta.
Probabilmente vi ritroveranno come ritrovarono me: addormentati nella pozza del vostro vomito. Ma sarete vivi, salvi ancora una volta.
Tralascio il mio CV ospedaliero. Tranne quando mi dissero che dovevano ricoverarmi per tenermi sotto controllo. E dove mi mandarono? In un manicomio infantile.
Vi parlerò di Massimo, figlio adottivo di quel manicomio e di Chiara, il genio, e delle porte in ferro chiuse a doppia mandata.
Se c’è un Dio, lo ringrazio. Perché lì, in quel luogo, ho capito che gli angeli esistono.
C a t e g o r i e
M E N T E catti
ArdenteMenteC o m M e n t i
Sodoma in CHE NE SAI TU DEGLI...S t u d i sulla mia M e n t e
*loading*C o n t i n u a...
L i n k a m i